PICKPOCKET - DIARIO DI UN LADRO (v.o.s.i.)
lun 08 mar 2010 al cinema Roma di Pistoia
mar 09 mar 2010 al cinema Borsi di Prato
per la rassegna «Il sopravvento dell’immagine: il cinema di Robert Bresson»
nazione Francia
anno 1959
regia Robert Bresson
spettacolo unico 21:30
ingresso 05 euro
ridotto studenti univ 04 euro
tessera associativa annuale 04 euro
Michel, giovane intellettuale parigino, diventa borsaiolo per vizio, passione, orgoglio, gusto del rischio, ma si lascia toccare dall’amore di una ragazza madre. Bresson riprende l’espediente del diario di Le Journal d’un curé de campagne (1950) per fare un film ancor più ascetico, limpido e misterioso, spoglio eppur prezioso, freddo come un diamante, che lascia libero lo spettatore nell’interpretazione, anche del finale. L’azione è frazionata in piccoli blocchi racchiusi in sé stessi che creano un tempo narrativo speciale, aderente al protagonista e alla sua solitudine, ai confini con misticismo o follia. Straordinarie le sequenze sulla tecnica del borseggio. Musiche di J.-P. Lulli. Corse voce che i dialoghi fossero stati scritti o revisionati da J. Cocteau, ma nessuna prova ha confermato la leggenda. Non distribuito in Italia. Il titolo italiano è quello dell’edizione italiana passata in TV nel 1965.
“Non si crea aggiungendo, ma levando”
Robert Bresson
Le storie, per Bresson, sebbene interconnesse da un filo rosso, non sono che un espediente drammaturgico: così, anche nel diario di Michel, borseggiatore inesperto ma tenace, disposto a perdere tutto tranne la “professione”: per questa parte, viaggia, ritorna, per questa accetta la reclusione e la condanna, per questa rinuncia alla donna che scoprirà di amare.
Questa è la genialità bressoniana, il tentativo di far convergere personaggio e sguardo registico sul ritmo stesso della vita, che procede per dilatazioni (inquadrature inquietantemente lunghe), contrazioni (riprese velocissime, successione sincopata di dettagli), illuminazioni. Michel è dunque il vetro opaco nel quale specchiarsi (di qui l’inespressività di La Salle), la metafora corporea che permette di entrare nel movimento imprevedibile dell’esistenza. Quello che rimane sono solo visioni parziali e tronche: ecco allora gli ambienti mai ripresi in totale, le ellissi temporali improvvise, i dettagli strettissimi, i carrelli inattesi; lo stesso stile dunque, sembra descrivere il movimento di una coscienza in balìa di eventi incontrollabili. In Pickpocket Bresson officia la sua messa con massimo rigore, con uno stile che Paul Schrader definisce “trascendentale”: si tratta di quella cifra limpida e filtrata, di quel linguaggio talmente asciutto e dedrammatizzato da rovesciarsi in una compartecipazione sofferta. Così l’individuo è costretto a sostenere reiteratamente le contraddizioni dell’esistenza che investono il piano personale, morale, religioso e istituzionale. È a quel punto che la realtà sembra riproporre la condizione del disordine onirico. È su questo rovesciamento continuo di segno, che l’autore approda a quel nichilismo raggelante non privo di pietas, destinato ad una depurazione sempre più dura e spietata nelle opere successive. E tuttavia dentro questa circolarità insignificante, s’insinua la speranza di una Grazia, che però – quasi come una beffa – può presentarsi, come sa Dostoevskij, nel momento stesso della condanna. Ma allora qual è la conclusione di questa filosofia del pessimismo bressoniano? Non lo sappiamo, il finale è aperto, ma – dice Michel estraniato e commosso – “che strana strada ho dovuto percorrere per arrivare fino a te” (Marta Zacchigna).