IL FIGLIO PIU’ PICCOLO

da ven 05 mar 2010 al cinema Globo di Pistoia

nazione Italia
anno 2010
regia Pupi Avati

sab e festivi ore 16:30 18:30 20:30 22:30
feriali ore 17:15 19:20 21:30
lunedì riposo settimanale

Sito ufficiale: www.ilfigliopiupiccolo.it
Cast: Christian De Sica, Luca Zingaretti, Nico Toffoli, Laura Morante, Nicola Nocella, Sydne Rome, Gisella Marengo, Massimo Bonetti, Alberto Gimignani, Pino Quartullo
Produzione: Duea Film, Medusa Film
Distribuzione: Medusa
Data di uscita: 19 Febbraio 2010 (cinema)

Trama:
Un imprenditore truffaldino, mosso dal suo attaccamento al denaro, porta la sua holding verso il fallimento. Nel tentativo di salvare il salvabile, segue il consiglio del suo disonesto commercialista intestando al figlio la proprietà delle società in pericolo…

Critica “L’ennesimo sguardo sullo squallore medio e mediocre dell’italiano tipo del cineasta, infatti, questa volta sì posa su un protagonista avvilito dalla sua stessa meschinità, un furbetto del quartierino post litteram. Senza amarcord più o meno nostalgico. (…) Mentre le qualità da pittore di miniature morali di Avati si sfogano in un racconto di soli caratteristi, in ritratti spesso sciatti di varia (dis)umanità, tutto, alla fine, è affidato a uno sguardo quasi appassionato, tenero, tra i due sconfitti Zingaretti e De Sica, che mostrano tutto quello che il film poteva essere e non è stato. E così più che delusione, c’è appunto rabbia. Perchè un gioiello, un potenziale capolavoro diventa una pellicola mediocre, la solita palestra d’attori avatiana (difficile, gli va dato atto, veder qualcuno recitare male per lui), ma piena di promesse non mantenute.” (Boris Sollazzo, ‘Liberazione’, 19 febbraio 2010)

“Avevamo lasciato Avati intenerito dai suoi ricordi bolognesi di gioventù, reinventati con goliardico brio e qualche nota acida ne ‘Gli amici del Bar Margherita’. Lo ritroviamo indignato, anzi inferocito in un film dove tutto è lugubre, squallido, senza speranza sia per quanto racconta che per il tono con cui lo racconta. Con una coesione così inestricabile fra i personaggi messi in scena e lo sguardo loro riservato che ‘Il figlio più piccolo’ è forse il più nero dei film di Avati - nonché uno dei meno risolti. (…) Malgrado l’accumulo di comprimari, brutture e sgradevolezze d’ogni tipo, i personaggi restano però psicologicamente poco credibili e l’insieme prevedibile, nel suo squallore, per trovare un equilibrio fra satira e denuncia, orrido e grottesco. Anche perché ambienti e figure simili sono ormai tristemente familiari e solo uno sguardo, uno stile inedito potrebbe rendere vivace e interessante quanto appartiene alla livida cronaca quotidiana. Inevitabile, non solo perché c’è Christian De Sica, pensare ai vari ‘Natale a …’, rovesciati in chiave seria. Anche se qui tutto è desessualizzato e al posto dell’eros ci sono sempre e solo soldi, intrighi, ricatti, e un cattolicissimo senso di colpa (l’ex-frate Zingaretti, la trovata migliore del film, porta i sandali sotto il completo). Una noia senza scampo.” (Fabio Ferzetti, ‘Il Messaggero’, 19 febbraio 2010)

“Un uomo appare sul portone del convento, in abito non fratesco ma con i piedi nudi nei sandali. Dice con calma al suo accompagnatore una frase terribile: «Ormai è troppo tardi per tutto», e sembra un anticipato giudizio sulla storia del film e del Paese. L’uomo è Luca Zingaretti, che ne ‘Il figlio più piccolo’ di Pupi Avati offre una eccellente prova d’attore: gli basta un paio di baffi per cancellare ogni precedente interpretazione inclusa quella del commissario Montalbano, per trasformarsi in uno stratega del male, un’anima nera posata e ipocondriaca, un esempio di grande intelligenza italiana applicata al crimine, insomma il diavolo nel suo aspetto più contemporaneo. La mutazione di Christian De Sica al confronto è più modesta: per il suo solito personaggio di cialtrone romano l’attore ha lavorato di sottrazione, non grida, non dice troppe parolacce nè fa troppe smorfie, è laconico, a volte tanto impassibile da sembrare inespressivo. La vicenda de ‘Il figlio più piccolo’ è atroce (…). Il mondo dei finti ricchi dai gusti opulenti e cafoni e degli affaristi squattrinati è descritto molto efficacemente nel suo altalenare tra infamie e sciocchezze, ricchezza e miseria, paura, matrimoni di convenienza, assegni postdatati: anche se a volte questo universo sembra un poco cartaceo, derivato cioè dai giornali più che dalla conoscenza diretta. L’indignazione non è il sentimento prevalente in Pupi Avati, che più spesso pare cinico oppure remissivo di fronte alla malvagità umana: ma il film riuscito è certo una testimonianza del tempo, del Paese in cui viviamo.” (Lietta Tornabuoni, ‘La Stampa’, 19 febbraio 2010)

“Sotto la superficie di volgarità, sotto l’orrore per le scelte del padre e la tristezza per le chiusure del fratello maggiore (che s’è stufato, e come dargli torto?) s’intravede un uomo vero. Il Bene non fa mai storia, sembra banale: ma Baldo banale non lo è. Come Pupi, che banale non lo è mai. Qualche volta va troppo di fretta, dirige film alla velocità della luce, sembra quasi tirare via sulla recitazione. Ma non questa volta, assolutamente non questa volta. Basterebbe, per avere una controprova, soffermarsi sullo sguardo di De Sica, sui suoi tic, sui passaggi repentini dalla più aperta sguaiataggine al riaffiorare di un residuo di coscienza.” (Luigi Paini, ‘Il Sole 24 ore’, 20 febbraio 2010)

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